Chi arriva a Ottone, piccolo borgo dell’Alta Valtrebbia piacentina, difficilmente può non notare il grande edificio in pietra che si affaccia direttamente sul fiume. È il Mulino dei principi. Proprio sotto le sue mura il Trebbia si allarga e forma una splendida piscina naturale, dove l’acqua passa dal verde al turchese.
Le origini del mulino risalgono al XII secolo da allora sono passati oltre 800 anni, intrecciati con la storia dei Malaspina, dei Fieschi e dei Doria e con quella delle famiglie che qui hanno vissuto e lavorato.
Ho potuto visitarlo grazie a Maria Carla Casazza e a suo marito Gianfranco Pedemonte, che mi hanno aperto le porte della loro casa: oggi il Mulino dei Principi è anche la loro abitazione. Mi hanno accompagnata tra le grandi macine in pietra, gli ingranaggi e i macchinari che ancora si conservano all’interno. Ma soprattutto mi hanno raccontato le vicende di questo edificio, tra ricordi di famiglia e documenti antichi. Questa è la sua storia.
Un mulino, tanti nomi
Nei documenti è il Molino dei Principi, perché per secoli appartenne ai principi Doria. In valle, però, lo si è chiamato anche Murin du Canneiu e, successivamente, Murin du Nanni, dal nome del mugnaio che lo ha fatto lavorare nel Novecento.
I nomi cambiano con le persone che lo abitano: è un primo indizio di quanto questo luogo fosse parte della vita quotidiana della comunità.
Le origini: dai Malaspina ai Doria
Per arrivare alle origini dobbiamo tornare al XII secolo. Secondo le ricostruzioni storiche, furono i Malaspina, che all’epoca controllavano Ottone e diversi territori dell’Alta Val Trebbia, a far costruire il mulino, nello stesso periodo del castello e sull’esempio di quelli già attivati dai religiosi.
Un’immagine di quel Medioevo è arrivata fino a noi: un disegno a china dell’inizio del Trecento, inviato alla famiglia proprietaria dall’amministrazione Doria Pamphilj di Roma, mostra già un piccolo cascinotto con una ruota in legno. Siamo nel periodo dei Malaspina dello “Spino Secco”, il ramo discendente da Corrado, e il signore di Ottone, di Orezzoli e di altre parti della valle è Morello Malaspina. Un documento del 3 settembre 1470, redatto dal notaio Giovanni Lisi, ci dice che il territorio di Ottone era ancora in comune tra i Malaspina della Val Trebbia. Poi il quadro cambia. Il potere passa ai Fieschi e infine ai Doria, che subentrano ai Fieschi dopo la congiura del 1547. Ed è con i Doria che il mulino cambia davvero volto.
Il Cinquecento dei Doria: un’ingegneria fatta d’acqua
Nel 500 i Doria rinnovarono completamente l’impianto. Fecero arrivare da Genova uno specialista di mulini con un problema da risolvere: avere sempre acqua sufficiente per azionare le macine anche quando la portata del Rio Ottone diminuiva.
La soluzione fu deviare parte delle acque del rio in un profondo serbatoio scavato nella roccia. Lungo il condotto vennero collocati dispositivi in pietra, calce e metallo. Erano vere e proprie valvole che potevano fermare il flusso oppure regolarlo, così che alle ruote non arrivasse una goccia d’acqua o ne arrivasse una quantità costante. La quantità di acqua che arrivava era quella giusta per dare alle macchine potenza e velocità adatte alla farina da produrre. Un mugnaio poteva quindi bloccare le macine le ruote esterne, oppure avviare il movimento con delicatezza, frenarlo, sospenderlo. Un congegno semplice, ma molto efficace. E poi c’era la meccanica. La forza delle ruote è orizzontale, concentrata sul loro asse: grandi robusti ingranaggi, anche conici, un lungo albero e diversi perni la trasformavano, i movimento verticale e la trasferivano alle macine, alle tramogge e ai setacci meccanici. Pensate a quanto ingegno servisse, nel cuore dell’Appennino, per far lavorare insieme acqua legno pietra e ferro.
Il Botasso di Ottone e il suo legame con il mulino
Questa è una delle parti che mi ha incuriosita di più perché riguarda un luogo che a Ottone conoscono tutti. Oggi il Botasso è famoso per la sua cascata e per la piscina naturale nella roccia. Ma la sua storia è intrecciata quella del Molino dei principi: il grande serbatoio, scavato nella roccia per alimentare le macine, è proprio il famoso Botasso. Nei secoli successivi il sistema di alimentazione venne modificato e ampliato, mentre le piene del torrente danneggiarono più volte le opere idrauliche. Quindi, la prossima volta che vi fermerete davanti alla cascata del Botasso, ricordate che questo luogo è legato anche alla storia del lavoro e delle attività produttive di Ottone.
Quando i mulini appartenevano ai feudatari
Alla fine del cinquecento, secondo i documenti dell’archivio Doria Pamphilj, in Val Trebbia esistevano circa 30 mulini “camerali“, cioè appartenenti alla camera principesca dei Doria. I mulini erano una risorsa economiche importante per i feudatari che imponevano agli abitanti di servirsene per macinare i cereali, vietando ogni altro sistema di molitura. Ma non era un obbligo facile da rispettare. Immaginate di vivere in un piccolo borgo di montagna, a diverse ore di cammino dal mulino, con una modesta quantità di grano da macinare. Non stupisce che molte famiglie preferissero continuare a farlo a mano con le mole domestiche e i feudatari arrivarono a dichiarare guerra alle mole domestiche. Con il tempo, l’aumento della popolazione e della produzione agricola rese i mulini sempre più importanti per l’economia della valle e si consolidò l’abitudine di rivolgersi al “molino pubblico della corte“.
I documenti dell’archivio Doria Pamphilj (e una storia d’acqua)
Ora una curiosità: come hanno fatto documenti così antichi ad arrivare nelle mani della famiglia? Per una questione molto attuale, l’acqua.
A un certo punto la Regione contestò al proprietario l’assenza di un’autorizzazione al prelievo, nonostante il mulino usasse quelle acque da secoli. Per dimostrare l’esistenza di un diritto storico, il proprietario si rivolse a un avvocato di Genova che contattò l’archivio della famiglia Doria Pamphilj a Roma. Da lì arrivarono diversi documenti antichi, alcuni scritti in latino, sulla storia del mulino e sui diritti legati alla proprietà.
Non furono sufficienti a superare la normativa, che attribuisce alla Regione la competenza sulle autorizzazioni. Ma oggi sono preziosi per ricostruire il passato di questo edificio. Tra i documenti, compare un atto del 9 settembre 1693 secondo cui i principi Doria autorizzarono, su richiesta del commissario di Ottone, la costruzione di un nuovo mulino sopra quello già esistente.
È un’ulteriore fase di trasformazione dopo quella cinquecentesca. E proprio questa stratificazione rende interessante il mulino: la struttura che vediamo oggi è il risultato di interventi di epoche diverse, adattate alle esigenze di chi lavorava.
Un mulino acquistato a New York nel 1884
La storia del Mulino dei Principi attraversa anche l’oceano. Nel 1884 Giovanni Casazza, originario di Canneto di Gorreto, bisnonno dell’attuale proprietaria, era emigrato negli Stati Uniti. Venne a sapere che il mulino era in vendita e decise di acquistarlo per procura, senza tornare in Italia per concludere l’affare. L’atto di compravendita fu infatti redatto a New York.
I venditori erano i Danovaro di Moconesi, domiciliati a Ottone ma residenti nella città americana, che avevano comprato la proprietà da Ferrari di Cabella, podestà e farmacista di Ottone. Quest’ultimo l’aveva rilevata dai Doria insieme al castello. Nell’atto del 1884 il Molino dei Principi è descritto come un fabbricato “ad uso molino” con due ruote e due palmenti, cioè due gruppi di macine. Al primo piano c’era anche un laboratorio per la lavorazione della canapa.
È una vicenda che racconta il legame tra l’Alta Val Trebbia e l’emigrazione: un uomo partito da un piccolo borgo dell’Appennino che, dall’altra parte dell’oceano, compra un edificio destinato a entrare nella storia della sua famiglia.
Le macine francesi e l’ampliamento del mulino
Con Giovanni Casazza iniziò una nuova stagione di trasformazioni. Il mulino fu ampliato con nuove costruzioni alle spalle e di lato, il tetto originario venne sostituito da un terrazzo e una delle ruote in legno lasciò il posto a una in ferro. Una delle novità più interessanti riguardò le macine: Giovanni fece arrivare delle grandi macine francesi per la lavorazione del grano. Durante la visita ho potuto osservare da vicino queste grandi pietre e immaginare quanto fosse complicato portarle fino a Ottone con i mezzi e le strade di allora.
Le lavorazioni vennero organizzate in ambienti diversi. La parte più antica del mulino rimase dedicata alle castagne, quella nuova al grano, mentre al primo piano continuava il laboratorio per la tessitura della canapa.
Il nipote Nanni proseguì con l’ammodernamento: coprì di nuovo il terrazzo con un tetto, unì le due costruzioni e migliorò la parte laterale. Negli anni Cinquanta sostituì anche la ruota inferiore, ancora in legno, con una in ferro, per dare più forza alle macine.
Il 1929 e una nuova vendita
Un’altra vicenda di famiglia riguarda il 1929. A causa di questioni ereditarie il mulino fu messo di nuovo in vendita: un bando dell’epoca annunciava un’asta pubblica fissata per il 18 aprile 1929, alle ore 10, in un ufficio di Isola di Rovegno. Parteciparono ancora alcuni membri della famiglia Casazza, che rimasero così legati alla proprietà.
Gli anni Cinquanta: si macinava dalla mattina alla sera
Se c’è un racconto che permette di immaginare la vita di un tempo, è quello degli anni Cinquanta. Nel 1953 una violenta alluvione colpì la Val Trebbia e distrusse numerosi mulini lungo il fiume. Quelli rimasti in attività si trovarono con ancora più lavoro. Lo ricorda Maria Carla Casazza, nelle parole raccolte dalla ricercatrice Gisa Bagnara Mattrel: «Già alle quattro di mattina sostavano in attesa muli carichi di grano e di castagne provenienti da Orezzoli e da tutti i dintorni. Il mugnaio Nanni lavorava sino alle 23.» Pensate a quante persone raggiungevano questo edificio e a quanta vita ruotava intorno alle macine. Per le famiglie di montagna le castagne erano una risorsa alimentare fondamentale: essiccate e macinate diventavano farina per preparare diversi alimenti.
Il mulino era un luogo dove si lavoravano i prodotti dei campi e dei castagneti, ma anche dove si incontravano persone di paesi diversi. Del resto, in quei tempi poveri, sposare un mugnaio voleva dire avere una vita senza il problema della fame.
Gli anni Sessanta e lo spopolamento dell’Alta Val Trebbia
Con gli anni Sessanta arrivarono cambiamenti profondi. Molte famiglie iniziarono a lasciare i paesi dell’Alta Val Trebbia per le città, in cerca di lavoro. Lo spopolamento cambiò anche le attività tradizionali e il mestiere dei mugnai. Al Molino dei Principi cambiò perfino il modo di raccogliere ciò che andava macinato. Non erano più soltanto i contadini a salire con i propri carichi: il mugnaio iniziò a girare con il camion tra i paesi delle province di Piacenza e di Genova, ritirava grano e castagne e tornava la domenica a riconsegnare la farina. Era un modo per continuare a lavorare in una valle che stava cambiando in fretta. In pochi decenni, un sistema che per secoli aveva accompagnato la vita delle comunità perse progressivamente il suo ruolo.
Il Mulino dei Principi oggi
All’interno del mulino si conservano grandi macine in pietra, ingranaggi, strutture in legno e meccanismi che raccontano le diverse fasi della sua attività. Non è difficile immaginare il rumore dell’acqua che muoveva le ruote, il movimento delle macine, il lavoro di ogni giorno. È però una casa privata e, al momento, non ci sono aperture programmate.
Oggi, guardando il Trebbia che scorre sotto l’edificio, con quella splendida piscina naturale ai suoi piedi, possiamo leggere il paesaggio anche attraverso la sua storia. Il fiume e i torrenti non erano soltanto elementi del paesaggio: davano l’energia per lavorare, alimentavano i mulini e sostenevano la vita economica delle comunità.
Ringrazio Maria Carla Casazza e Gianfranco Pedemonte per avermi aperto le porte della loro casa, per il tempo che mi hanno dedicato e per aver condiviso documenti, ricordi e testimonianze su questo straordinario mulino dell’Alta Val Trebbia.
